Wayne Shorter
Messaggero di Jazz
foto: Kate Garner
Quando Wayne Shorter nel 2000 è tornato sulle scene musicali dopo diversi anni di isolamento, sporadicamente interrotto solo da qualche disco, si è presentato con un quartetto di "tutte stelle" perfettamente in grado di sostenere ed interpretare le sue nuove idee, sviluppate in una sorta di work in progress concerto dopo concerto (ne è testimonianza lo splendido Footprints live! uscito nel 2002 per la Verve). Il repertorio presenta perlopiù sue composizioni di vecchia data (Ju Ju, Masquelero, Atlantis ...), ma rese in maniera tutta diversa, a volte persino difficili da riconoscere nella tessitura delle singole voci a larghe maglie, apparentemente non regolari, soprattutto quelle degli strumenti ritmici che supportano come risacca del mare i suoi complessi assoli, sia al sassofono tenore che al soprano. Sono assoli a tratti più dolenti di quelli che ci si ricordava: sempre tesi, asciutti anche se si aggrovigliano in un profluvio di note accartocciate, ma quando si asciugano in note singole o in semplici riff ripetuti portano a un senso di angoscia dolorosa. La ritmica è fondamentale nella riuscita di questa relativamente nuova proposta: fuori dai canoni tradizionali, con un continuo insinuarsi nelle linee melodiche inventate da Shorter, sia il pianista Danilo Perez che il contrabbassista John Patitucci hanno rinunciato agli accordi di sostegno regolari e al continuum del pulse per un accompagnamento praticamente di astratto, modernissimo e continuo "call and response" (portando alle estreme conseguenze le strutture di Nefertiti e Pinocchio, brani che Shorter aveva composto per Miles Davis quando era nel suo quintetto alla fine dei Sessanta), il tutto ben sostenuto dalla forte, precisa ed insinuante batteria di Brian Blade. Un nuovo disco del quartetto di Shorter, dal titolo Alegria, registrato con gli archi dell'Orchestra di Oporto, è in uscita per la Verve nel marzo 2003.
Shorter, nato a Newark nel 1933, è diventato famoso entrando nel 1959 nei Jazz Messengers di Art Blakey, dopo brevi esperienze con Horace Silver e Maynard Ferguson. Vi è rimasto sino al 1964, anche come direttore musicale e compositore (Free For All, Blue Note), quando è passato con Miles Davis consolidando la propria fama (ESP, Miles Smiles, Nefertiti, Filles De Kilimanjaro, tutti Columbia). Con Davis è restato per sei anni, costituendo uno dei gruppi più potenti della storia del jazz (Davis - Shorter - Herbie Hancock - Ron Carter - Tony Williams), anni cruciali nello sviluppo dell'arte del trombettista, contribuendo (assieme a Joe Zawinul) a determinarne pure la celeberrima svolta elettrica del 1968-69 (con i dischi In A Silent Way e Bitches Brew del 1969 aveva anche cominciato a suonare il sax soprano). Il suo stile, rispetto agli anni blakeiani, era cambiato, come ad adeguarsi alla nuova ritmica: da diretto e robusto con il roccioso e muscolare Art Blakey, a geometrico, astratto e aperto con il poliedrico Tony Williams, con una vena malinconica "urbana" sempre presente.
Uscito dal gruppo di Davis, nel 1970 fondò assieme a Joe Zawinul quello che sarebbe diventato il gruppo più importante, famoso e longevo del jazz rock (o fusion), i Weather Report, che introducendo strumenti elettronici e astrazioni ritmiche e tonali, si incamminarono sempre più verso il ridimensionamento dell'enfasi solistica predominante nei decenni precedenti per dar più importanza alla composizione intesa in senso ampio comprendendo anche la coloritura della sonorità generale e la chiara coerenza della totalità dei ritmi (Weather Report, I Sing The Body Electric, Black Market, sempre Columbia).
Shorter, contemporaneamente alla sua militanza con Davis e con i Weather Report, aveva anche licenziato diversi dischi sotto suo nome guidando gruppi propri, non altrettanto radicali, recuperando anche stilemi della musica brasiliana (Night Dreamer del 1964, Speak No Evil del 1965, Adam's Apple del 1966, Super Nova del 1969, tutti Blue Note).
Aldo Gianolio
Wayne Shorter Acoustic Quartet: Ravenna (25/3).
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