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| PAN 2/00
“Ho imparato molto da Armstrong, tutto ciò che so su come trattare una canzone lo devo a lui; e poi il feeling generale di un pezzo… credo che Louis sia stata la figura più importante della storie del jazz”. Così, qualche anno fa, raccontava il compianto Gil Evans. Ma come? Proprio lui, l’uomo che ha vestito il jazz dei colori sofisticati di Ravel e Debussy? Possibile che il più raffinato organizzatore di suoni generato da questa musica manifesti tale venerazione per una leggenda ormai consumata, relegata nel folklore dello zio Tom? E soprattutto per una concezione musicale quasi antitetica alla propria, fatta di suoni “sporchi”, quando non addirittura “stonati”? E’ possibile, certo, anzi è inevitabile. “Recentemente – concludeva Evans – un mio amico mi ha detto di possedere oltre trecento 78 giri di Armstrong, e gli ho chiesto di registrarmi su nastro una lista di titoli che non ascoltavo da mezzo secolo. E’ un nastro fantastico, mi dà un piacere immenso ascoltarlo, perché in ognuno di quei pezzi c’è almeno un momento magico” (e non è poco, visto che, per ragioni tecniche, quei brani non duravano più di tre minuti…). Ecco allora qual è la chiave: la magia. Ed ecco perché, forse, fra le centinaia di festival che si fanno in Europa, pochi si azzardano a celebrare, se non di sfuggita, il centenario della nascita di Satchmo, che, secondo molte biografie, avvenne giusto nel 1900. E chi potrebbe farlo? Dov’è, nel jazz di oggi, quella spontaneità straordinaria, quell’immediatezza espressiva, magicamente coniugata in compiutezza formale? Quell’urgenza di comunicare ugualmente la gioia ed il blues? Quell’inequivocabile “verità” contenuta in ogni nota cantata dalla cornetta o dalla voce di Louis? E soprattutto dov’è la disponibilità a rischiare che è presupposto imprescindibile del nuovo? Table of contents/Sommario
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