16/03 - McCOY TYNER QUARTET USA
McCoy Tyner -
pianoforte
Christian Scott - tromba
Gerald Canon - contrabbasso
Eric Kamau
Gravat - batteria
L'eredità modale di Bill Evans, creatore insieme a
Miles Davis del celebre album "Kind of Blue", fu accolta negli anni
Sessanta da due pianisti, McCoy Tyner e Herbie Hancock, il cui stile era
collocato su coordinate assai diverse, che ne portarono le conseguenze in
direzioni tutt'altro che prevedibili. Ma per un altro verso tutte quelle
matrici si intrecciavano in modo affascinante, negli anni Sessanta: mentre
Hancock era il nuovo titolare al piano proprio nel quintetto di Davis,
Tyner era al fianco di Coltrane, che dal gruppo di Davis e da quello
stesso "Kind of Blue" aveva preso il volo verso orizzonti molto
arditi.
Orizzonti che proprio il pianista di Filadelfia contribuì
almeno per un lustro a disegnare, con la forza eruttiva delle proprie
linee melodiche intrecciate e con i poliritmi affidati al maglio di una
mano sinistra dall'incredibile energia, che univa la lucidità al ribollire
ipnotico. Caposcuola di un pianismo che sviluppa l'approccio modale
secondo parametri di energia e di fluente complessità armonica, grande
innovatore e a proprio modo anticipatore di una world music autentica, che
proveniva dallo studio profondo di altre culture, Tyner vanta una carriera
ricchissima, iniziata con Benny Golson, Art Farmer, Art Blakey, costellata
da centinaia di incisioni e segnata da tante soddisfazioni, tra cui il
Grammy guadagnato nel 1988 con l'album "The Turning Point".
Il pianista
torna agli Itinerari Jazz di Trento dopo il memorabile concerto al S.
Chiara del 2005, portando ancora una ventata di vitalità, nonostante i
suoi settant'anni compiuti. Gli ultimi lavori discografici e i recenti
tour mondiali mostrano infatti un solista ancora in grado di esprimersi al
meglio, ancora attratto da sfide musicali e da improvvisazioni ardite,
torrenziali. Senza dimenticare la delicata eleganza; quella che nel 1960
gli fece registrare insieme a Coltrane "Naima", ballad tra le più intese
nella storia del jazz. Il quartetto con cui Tyner si presenta a Trento
comprende il trombettista di New Orleans Christian Scott, nipote di Donald
Harrison, giovanissimo talento al quale si guarda con attenzione: il suo
disco d'esordio, "Rewind That", ha ricevuto una meritata nomination ai
Grammy Awards nel 2006.
24/03 - LYNNE
ARRIALE/RANDY BRECKER/GEORGE MRAZ/ANTHONY
PINCIOTTI USA
Lynne Arriale - pianoforte
Randy Brecker -
tromba
George Mraz - contrabbasso
Anthony Pinciotti - batteria
Di formazione classica, la pianista
e compositrice Lynne Arriale si è accostata al jazz attraverso
l'ammirazione per Herbie Hancock e Keith Jarrett. Quando si è dedicata
alla musica neroamericana e all'improvvisazione aveva dunque nel proprio
bagaglio, oltre a un'approfondita preparazione teorica, un tocco elegante
e capace di esprimere sfumature eccellenti di timbro e intensità. Queste
qualità accostano il suo stile pure a quello di grandi stilisti del piano,
come Red Garland e Bill Evans, che la Arriale fonde in modo delizioso e
consapevole nel proprio linguaggio. Molto apprezzata dalla critica
internazionale, il suo approccio allo strumento è stato definito
riflessivo, appassionato, genuino, con un particolare equilibrio tra
grazia fisica e profondità emotiva. Doti che le permettono di affrontare
in modo personale e con grande musicalità alcune perle della canzone
americana, ma anche Monk, i Beatles e il Bruno Martino di "Estate".
Fin
dagli anni Novanta la pianista guida proprie formazioni, tra le quali ha avuto un'importanza notevole il trio con Jay Anderson al contrabbasso e Steve Davis alla batteria, ascoltato in Italia negli scorsi anni e passato con successo al Festival di Montreux. L'attuale quartetto, riunito nell'agosto dello scorso anno, ha già effettuato una registrazione, dal titolo "Nuance". Al fianco della pianista spicca il nome di George Mraz, uno dei contrabbassisti più versatili e sensibili della scena moderna, erede della robustezza e della qualità melodica che furono di Oscar Pettiford, Paul Chambers e Ray Brown, collaboratore di grandi pianisti come Bill Evans, Hank Jones, Tommy Flanagan. Allo steso modo brilla il nome di Randy Brecker, trombettista dal carattere vigoroso ed eclettico, forse più conosciuto dal pubblico per le sue scorribande nel campo della fusion, insieme al compianto fratello Michael. In questo contesto ha occasione di mettere pienamente in luce il proprio valore di solista.
30/03 - QUINTORIGO plays
MINGUS I
Valentino Bianchi -
sax
Andrea Costa -
violino
Gionata Costa -
violoncello
Stefano Ricci - contrabbasso
Luisa Cottifogli -
voce
+ guest
Gabriele Mirabassi - clarinetto
Michele
Francesconi -
pianoforte
Christian Capiozzo -
batteria
Charles Mingus ha rappresentato un punto nodale
per il jazz contemporaneo: tra i primi ad essere stimolato da forme
complesse e articolate, più ampie rispetto a quelle canoniche del song o
del blues, ha riversato nelle sue composizioni la propria personalità
impetuosa, la spiritualità del gospel, il sangue del blues, il coraggio
dell'esplorazione. L'intelligente omaggio di Quintorigo al contrabbassista
e compositore nel trentennale della sua scomparsa dimostra la duttilità di
quel corpus compositivo, che se da una parte è stato molto meno
valorizzato nel jazz rispetto ad altri, dall'altra si presta a efficaci
interpretazioni, anche lontane dagli originali. La drammatica scansione di
"Pithecanthropus Erectus", il dileggio beffardo di "Moanin'" e di "Fables
of Faubus", il crepuscolare romanticismo di "Portrait" e l'amaro sermone
di "Freedom" sono oggetto di una lettura appassionata da parte del gruppo
italiano, in una versione sensibile, trasparente e curata nei dettagli. Di
notevole qualità è l'apporto del clarinettista Gabriele Mirabassi, uno
degli ospiti eccellenti invitati ad unirsi di volta in volta alle
avventure musicali di Quintorigo.
Il gruppo ha una lunga storia, che
proprio con questo lavoro trova un punto di convinta maturità. Una tappa
premiata tra l'altro dal recente referendum della rivista "Musica Jazz",
che ha giudicato Quintorigo la migliore formazione dell'anno sulla scena
italiana e ha collocato l'album "Quintorigo Play Mingus" al quarto posto
tra i migliori del 2008. Nato nel 1996, il quintetto che già nell'organico
strumentale mette in evidenza una fusione di elementi classici e jazz, si
lancia nell'interpretazione di brani rock, soul, reggae e funky,
imprimendo alle proprie versioni una sottile vena di ironia e una fresca volontà di esplorazione. Nel 1999 il gruppo ha ottenuto un
primo riconoscimento: il premio della Critica di Qualità al Festival di
Sanremo. Nello stesso anno si è aggiudicato la Targa Tenco per la migliore
opera prima, con il brano "Rospo".
16/04 – CHICO FREEMAN Y
GUATACA USA, CU, CO, F
Chico Freeman- tastiere,
sassofono, voce
Ivan Bridon -
pianoforte
Joel Soto -
basso
Rodrigo
Rodriguez - percussioni, voce
Françis Arnaud -
batteria
Quando negli anni Settanta fece la
sua apparizione sulla scena internazionale, Chico Freeman si presentò come
un sassofonista tenore in grado di padroneggiare tutta la storia del
proprio strumento, da Coleman Hawkins a John Coltrane. La sua
predisposizione naturale a cavalcare gli stili con uguale convinzione e
sicurezza gli permise di imboccare subito una carriera costellata di
importanti collaborazioni. Nella prima registrazione da leader, il
sassofonista ventottenne era accompagnato nientemeno che da Muhal Richard
Abrams, guru del jazz chicagoano. Sempre in quell'anno, il 1977, fu al
fianco di Elvin Jones in un tour europeo. Le presenze di spessore nei suoi
lavori si susseguivano in modo incalzante: da Jack DeJohnette a Bobby
McFerrin e Anthony Davis, fino al notevole album dell'81 "Destiny's
Dance", registrato con il grande vibrafonista Bobby Hutcherson e con un
giovanissimo, brillante Wynton Marsalis. Ma la lista dei musicisti con cui
Freeman ha collaborato è tra le più lunghe e sostanziose nella storia del
jazz: ricordiamo ancora solamente i nomi di Charles Mingus, Dizzy
Gillespie, McCoy Tyner, Joe Henderson.
Figlio del
leggendario sassofonista Von Freeman, Chico ebbe subito modo di fare
esperienza nella Chicago degli anni Sessanta, in un momento fondamentale dello sviluppo musicale afroamericano, legato alla nascita dell'Associazione Aacm, alimentata da musicisti come Richard Abrams, Anthony Braxton, Lester Bowie, Roscoe Mitchell. Da questo nacque la sua propensione a muoversi con uguale disinvoltura sia nel campo della tradizione che nell'avanguardia; un atteggiamento ben palesato dal titolo di una sua fortunata incisione degli anni Ottanta, "Tradition in Transition". Lo stile di Freeman è schietto nel proprio eclettismo, sorretto da un suono corposo e da una tecnica brillante, che si stempera in denso lirismo nelle ballad. Fortemente attratto dal mondo africano e dell'America Latina, Freeman presenta a Trento il gruppo Guataca, ispirato alla musica di grandi cubani come Machito, Tito Puente, Chucho Valdez, ma con uno sguardo anche verso il funky e il rhythm and blues. Nello slang cubano "guataca" significa persona dalle grandi orecchie; chi sa captare i suoni e trasformarli bene in musica.
Chico Freeman (foto: Roberto Cifarelli), Ivan Bridon, Rodrigo Rodriguez e Françis Arnaud (foto: Claudio Casanova).
20/04 – PAT
MARTINO
TRIO USA
Pat Martino - chitarra
Tony Monaco -
organo
Scott
Robinson - batteria
Giovane prodigio
della chitarra, Pat Martino suonava già ad alto livello prima di compiere
vent'anni, al fianco di musicisti come Benny Golson, James Moody, Eric
Kloss, e in trio con organo e batteria insieme a Jimmy Smith, Jack McDuff,
Jimmy McGriff. L'incredibile bagaglio tecnico e la fine sensibilità del
chitarrista ha influenzato numerosi giovani negli anni Settanta, musicisti
oggi molto quotati, tra i quali spicca il nome di Mike Stern. Larry
Coryell ha detto che bisognerebbe organizzare corsi specifici per studiare
in modo completo il suo stile. Ma il manuale di Pat Martino intitolato
"Linear Expressions", scaturito dall'esperienza al Guitar Institute of
Technology di Los Angeles, è già un testo in grado di occupare un corso
superiore di chitarra e improvvisazione, universalmente apprezzato come
uno dei più autorevoli nello studio della chitarra moderna.
Partito
dall'influenza di Eddie Lang, poi fortemente attratto da Wes Montgomery,
Jim Hall e George Benson, il chitarrista nato nel 1944 a Filadelfia ha
sviluppato uno stile inconfondibile, basato su solidi disegni melodici, su
una sonorità densa, carnosa, e sulla capacità di dare vita a un'ampia
gamma di attacchi e sfumature timbriche. Ma queste notevoli doti hanno
dovuto subire un arresto improvviso alla fine degli anni Settanta, quando
un aneurisma al cervello ha portato il chitarrista ad affrontare una
difficile operazione. L'amnesia quasi totale seguita all'intervento lo ha
costretto a riprendere lo studio dello strumento praticamente da zero,
ascoltando con stupore le sue registrazioni precedenti. La forza di
volontà ha però vinto, con modalità che ricordano molto le vicende di
Django Reinhardt e di Mal Waldron.
Pat Martino è tornato sulla scena da
grande protagonista verso la metà degli anni Novanta, dopo più di dieci
anni di duro lavoro. E oggi possiamo dire di avere nuovamente il piacere
di ascoltare in tutta la sua pregnanza questo straordinario musicista. La
formula del trio con organo e batteria resta una delle sue preferite,
segnata nel 2001 dall'album "Live at Yoshi's", con Joey DeFrancesco e
Billy Hart. A Trento l'organo è affidato a Tony Monaco, uno dei più
apprezzati solisti sulla scena mondiale.