I protagonisti di "IJ Trento 2009"

McCOY TYNER QUARTET
LYNNE ARRIALE/RANDY BRECKER/GEORGE MRAZ/ANTHONY PINCIOTTI
QUINTORIGO plays MINGUS
CHICO FREEMAN Y GUATACA
PAT MARTINO TRIO

Schede a cura di Giuseppe Segala


16/03 -   McCOY TYNER QUARTET      USA

McCoy Tyner - pianoforte
Christian Scott - tromba
Gerald Canon - contrabbasso
Eric Kamau Gravat - batteria

McCoy Tyner (foto: Gene Martin)L'eredità modale di Bill Evans, creatore insieme a Miles Davis del celebre album "Kind of Blue", fu accolta negli anni Sessanta da due pianisti, McCoy Tyner e Herbie Hancock, il cui stile era collocato su coordinate assai diverse, che ne portarono le conseguenze in direzioni tutt'altro che prevedibili. Ma per un altro verso tutte quelle matrici si intrecciavano in modo affascinante, negli anni Sessanta: mentre Hancock era il nuovo titolare al piano proprio nel quintetto di Davis, Tyner era al fianco di Coltrane, che dal gruppo di Davis e da quello stesso "Kind of Blue" aveva preso il volo verso orizzonti molto arditi.
Orizzonti che proprio il pianista di Filadelfia contribuì almeno per un lustro a disegnare, con la forza eruttiva delle proprie linee melodiche intrecciate e con i poliritmi affidati al maglio di una mano sinistra dall'incredibile energia, che univa la lucidità al ribollire ipnotico. Caposcuola di un pianismo che sviluppa l'approccio modale secondo parametri di energia e di fluente complessità armonica, grande innovatore e a proprio modo anticipatore di una world music autentica, che proveniva dallo studio profondo di altre culture, Tyner vanta una carriera ricchissima, iniziata con Benny Golson, Art Farmer, Art Blakey, costellata da centinaia di incisioni e segnata da tante soddisfazioni, tra cui il Grammy guadagnato nel 1988 con l'album "The Turning Point".
Il pianista torna agli Itinerari Jazz di Trento dopo il memorabile concerto al S. Chiara del 2005, portando ancora una ventata di vitalità, nonostante i suoi settant'anni compiuti. Gli ultimi lavori discografici e i recenti tour mondiali mostrano infatti un solista ancora in grado di esprimersi al meglio, ancora attratto da sfide musicali e da improvvisazioni ardite, torrenziali. Senza dimenticare la delicata eleganza; quella che nel 1960 gli fece registrare insieme a Coltrane "Naima", ballad tra le più intese nella storia del jazz. Il quartetto con cui Tyner si presenta a Trento comprende il trombettista di New Orleans Christian Scott, nipote di Donald Harrison, giovanissimo talento al quale si guarda con attenzione: il suo disco d'esordio, "Rewind That", ha ricevuto una meritata nomination ai Grammy Awards nel 2006.


24/03 - LYNNE ARRIALE/RANDY BRECKER/GEORGE MRAZ/ANTHONY PINCIOTTI     USA

Lynne Arriale - pianoforte
Randy Brecker - tromba
George Mraz - contrabbasso
Anthony Pinciotti - batteria

Arriale, Brecker, Mraz, PinciottiDi formazione classica, la pianista e compositrice Lynne Arriale si è accostata al jazz attraverso l'ammirazione per Herbie Hancock e Keith Jarrett. Quando si è dedicata alla musica neroamericana e all'improvvisazione aveva dunque nel proprio bagaglio, oltre a un'approfondita preparazione teorica, un tocco elegante e capace di esprimere sfumature eccellenti di timbro e intensità. Queste qualità accostano il suo stile pure a quello di grandi stilisti del piano, come Red Garland e Bill Evans, che la Arriale fonde in modo delizioso e consapevole nel proprio linguaggio. Molto apprezzata dalla critica internazionale, il suo approccio allo strumento è stato definito riflessivo, appassionato, genuino, con un particolare equilibrio tra grazia fisica e profondità emotiva. Doti che le permettono di affrontare in modo personale e con grande musicalità alcune perle della canzone americana, ma anche Monk, i Beatles e il Bruno Martino di "Estate".
Fin dagli anni Novanta la pianista guida proprie formazioni, tra le quali ha avuto un'importanza notevole il trio con Jay Anderson al contrabbasso e Steve Davis alla batteria, ascoltato in Italia negli scorsi anni e passato con successo al Festival di Montreux. L'attuale quartetto, riunito nell'agosto dello scorso anno, ha già effettuato una registrazione, dal titolo "Nuance". Al fianco della pianista spicca il nome di George Mraz, uno dei contrabbassisti più versatili e sensibili della scena moderna, erede della robustezza e della qualità melodica che furono di Oscar Pettiford, Paul Chambers e Ray Brown, collaboratore di grandi pianisti come Bill Evans, Hank Jones, Tommy Flanagan. Allo steso modo brilla il nome di Randy Brecker, trombettista dal carattere vigoroso ed eclettico, forse più conosciuto dal pubblico per le sue scorribande nel campo della fusion, insieme al compianto fratello Michael. In questo contesto ha occasione di mettere pienamente in luce il proprio valore di solista.


30/03 - QUINTORIGO plays MINGUS     I

Valentino Bianchi -  sax
Andrea Costa - violino
Gionata Costa - violoncello
Stefano Ricci - contrabbasso
Luisa Cottifogli - voce
+ guest
Gabriele Mirabassi - clarinetto
Michele Francesconi - pianoforte
Christian Capiozzo -  batteria

QuintorigoCharles Mingus ha rappresentato un punto nodale per il jazz contemporaneo: tra i primi ad essere stimolato da forme complesse e articolate, più ampie rispetto a quelle canoniche del song o del blues, ha riversato nelle sue composizioni la propria personalità impetuosa, la spiritualità del gospel, il sangue del blues, il coraggio dell'esplorazione. L'intelligente omaggio di Quintorigo al contrabbassista e compositore nel trentennale della sua scomparsa dimostra la duttilità di quel corpus compositivo, che se da una parte è stato molto meno valorizzato nel jazz rispetto ad altri, dall'altra si presta a efficaci interpretazioni, anche lontane dagli originali. La drammatica scansione di "Pithecanthropus Erectus", il dileggio beffardo di "Moanin'" e di "Fables of Faubus", il crepuscolare romanticismo di "Portrait" e l'amaro sermone di "Freedom" sono oggetto di una lettura appassionata da parte del gruppo italiano, in una versione sensibile, trasparente e curata nei dettagli. Di notevole qualità è l'apporto del clarinettista Gabriele Mirabassi, uno degli ospiti eccellenti invitati ad unirsi di volta in volta alle avventure musicali di Quintorigo.
Il gruppo ha una lunga storia, che proprio con questo lavoro trova un punto di convinta maturità. Una tappa premiata tra l'altro dal recente referendum della rivista "Musica Jazz", che ha giudicato Quintorigo la migliore formazione dell'anno sulla scena italiana e ha collocato l'album "Quintorigo Play Mingus" al quarto posto tra i migliori del 2008. Nato nel 1996, il quintetto che già nell'organico strumentale mette in evidenza una fusione di elementi classici e jazz, si lancia nell'interpretazione di brani rock, soul, reggae e funky, imprimendo alle proprie versioni una sottile vena di ironia e una fresca volontà di esplorazione. Nel 1999 il gruppo ha ottenuto un primo riconoscimento: il premio della Critica di Qualità al Festival di Sanremo. Nello stesso anno si è aggiudicato la Targa Tenco per la migliore opera prima, con il brano "Rospo".


16/04 –  CHICO FREEMAN Y GUATACA     USA, CU, CO, F

Chico Freeman- tastiere, sassofono, voce
Ivan Bridon - pianoforte
Joel Soto - basso
Rodrigo Rodriguez - percussioni, voce
Françis Arnaud - batteria

Chico Freeman y GuatacaQuando negli anni Settanta fece la sua apparizione sulla scena internazionale, Chico Freeman si presentò come un sassofonista tenore in grado di padroneggiare tutta la storia del proprio strumento, da Coleman Hawkins a John Coltrane. La sua predisposizione naturale a cavalcare gli stili con uguale convinzione e sicurezza gli permise di imboccare subito una carriera costellata di importanti collaborazioni. Nella prima registrazione da leader, il sassofonista ventottenne era accompagnato nientemeno che da Muhal Richard Abrams, guru del jazz chicagoano. Sempre in quell'anno, il 1977, fu al fianco di Elvin Jones in un tour europeo. Le presenze di spessore nei suoi lavori si susseguivano in modo incalzante: da Jack DeJohnette a Bobby McFerrin e Anthony Davis, fino al notevole album dell'81 "Destiny's Dance", registrato con il grande vibrafonista Bobby Hutcherson e con un giovanissimo, brillante Wynton Marsalis. Ma la lista dei musicisti con cui Freeman ha collaborato è tra le più lunghe e sostanziose nella storia del jazz: ricordiamo ancora solamente i nomi di Charles Mingus, Dizzy Gillespie, McCoy Tyner, Joe Henderson.
Figlio del leggendario sassofonista Von Freeman, Chico ebbe subito modo di fare esperienza nella Chicago degli anni Sessanta, in un momento fondamentale dello sviluppo musicale afroamericano, legato alla nascita dell'Associazione Aacm, alimentata da musicisti come Richard Abrams, Anthony Braxton, Lester Bowie, Roscoe Mitchell. Da questo nacque la sua propensione a muoversi con uguale disinvoltura sia nel campo della tradizione che nell'avanguardia; un atteggiamento ben palesato dal titolo di una sua fortunata incisione degli anni Ottanta, "Tradition in Transition". Lo stile di Freeman è schietto nel proprio eclettismo, sorretto da un suono corposo e da una tecnica brillante, che si stempera in denso lirismo nelle ballad. Fortemente attratto dal mondo africano e dell'America Latina, Freeman presenta a Trento il gruppo Guataca, ispirato alla musica di grandi cubani come Machito, Tito Puente, Chucho Valdez, ma con uno sguardo anche verso il funky e il rhythm and blues. Nello slang cubano "guataca" significa persona dalle grandi orecchie; chi sa captare i suoni e trasformarli bene in musica.

Chico Freeman (foto: Roberto Cifarelli), Ivan Bridon, Rodrigo Rodriguez e Françis Arnaud (foto: Claudio Casanova).


20/04 – PAT MARTINO TRIO     USA

Pat Martino - chitarra
Tony Monaco - organo
Scott Robinson - batteria

Pat Martino (foto: Genevieve Ruocco)Giovane prodigio della chitarra, Pat Martino suonava già ad alto livello prima di compiere vent'anni, al fianco di musicisti come Benny Golson, James Moody, Eric Kloss, e in trio con organo e batteria insieme a Jimmy Smith, Jack McDuff, Jimmy McGriff. L'incredibile bagaglio tecnico e la fine sensibilità del chitarrista ha influenzato numerosi giovani negli anni Settanta, musicisti oggi molto quotati, tra i quali spicca il nome di Mike Stern. Larry Coryell ha detto che bisognerebbe organizzare corsi specifici per studiare in modo completo il suo stile. Ma il manuale di Pat Martino intitolato "Linear Expressions", scaturito dall'esperienza al Guitar Institute of Technology di Los Angeles, è già un testo in grado di occupare un corso superiore di chitarra e improvvisazione, universalmente apprezzato come uno dei più autorevoli nello studio della chitarra moderna.
Partito dall'influenza di Eddie Lang, poi fortemente attratto da Wes Montgomery, Jim Hall e George Benson, il chitarrista nato nel 1944 a Filadelfia ha sviluppato uno stile inconfondibile, basato su solidi disegni melodici, su una sonorità densa, carnosa, e sulla capacità di dare vita a un'ampia gamma di attacchi e sfumature timbriche. Ma queste notevoli doti hanno dovuto subire un arresto improvviso alla fine degli anni Settanta, quando un aneurisma al cervello ha portato il chitarrista ad affrontare una difficile operazione. L'amnesia quasi totale seguita all'intervento lo ha costretto a riprendere lo studio dello strumento praticamente da zero, ascoltando con stupore le sue registrazioni precedenti. La forza di volontà ha però vinto, con modalità che ricordano molto le vicende di Django Reinhardt e di Mal Waldron.
Pat Martino è tornato sulla scena da grande protagonista verso la metà degli anni Novanta, dopo più di dieci anni di duro lavoro. E oggi possiamo dire di avere nuovamente il piacere di ascoltare in tutta la sua pregnanza questo straordinario musicista. La formula del trio con organo e batteria resta una delle sue preferite, segnata nel 2001 dall'album "Live at Yoshi's", con Joey DeFrancesco e Billy Hart. A Trento l'organo è affidato a Tony Monaco, uno dei più apprezzati solisti sulla scena mondiale.


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