Schede a cura di Giuseppe Segala
GERI ALLEN TRIO
Geri Allen - pianoforte
Darryl Hall - contrabbasso
Jimmy Cobb - batteria
Allo stesso modo di molti altri musicisti, Geri Allen ha conosciuto il jazz ascoltando i dischi dalla collezione del padre. Ma la sua grande fortuna è stata anche quella di nascere e crescere in una città, Detroit, che ha rappresentato un terreno fertilissimo per il jazz e la musica afroamericana in generale: i fratelli Hank, Thad ed Elvin Jones, Tommy Flanagan, Kenny Burrell e Donald Byrd sono solo alcuni dei grandi solisti che la città già capitale dell'automobile ha portato al jazz. E la Tamla Motown, celebre etichetta che negli anni Sessanta diffuse la musica di gruppi come Temptations, Supremes, di artisti come Marvin Gaye e Stevie Wonder, fu fondata nella città del Michigan. Così la pianista ha respirato una feconda aria musicale già negli anni della sua formazione, prima di laurearsi alla Howard University e di ottenere un master in etnomusicologia all'Università di Pittsburg. Queste disparate influenze sono palpabili nel suo stile pianistico e nella sua musica: una predilezione per i timbri scuri, per gli accordi densi e ruvidi, un approccio ritmico marcato e a volte incalzante, un'attenzione alle linee melodiche cantabili, ricche di decorazioni.
Cresciuta musicalmente nell'ambito dell'Associazione M-Base, che ha visto svilupparsi talenti come Steve Coleman, Greg Osby e Cassandra Wilson, la Allen ha iniziato a farsi apprezzare in ambito internazionale nei primi anni Ottanta, lavorando proprio in trio, dapprima con Anthony Cox ed Andrew Cyrille, poi con Jaribu Shahid e Tani Tabbal e in seguito con personaggi di primissimo piano, come Charlie Haden e Paul Motian, Ron Carter e Tony Williams. Nel '96 è stata chiamata da Ornette Coleman per la registrazione dei due album denominati "Sound Museum", una delle rarissime occasioni in cui il sassofonista ha inserito il piano nelle sue formazioni. Dopo un periodo di interruzione dell'attività come leader, nel quale ha però assiduamente collaborato con Charles Lloyd, T.S. Monk e con il marito, il trombettista Wallace Roney, lo scorso anno ha pubblicato un nuovo album in trio, con Jack DeJohnette e Dave Holland. Una collaborazione non certo occasionale, che aveva avuto un precedente nell'attività con la cantante Betty Carter e nella registrazione, nel '93, dello splendido album "Feed The Fire". E' ripreso così il suo lavoro in trio, che in questo caso si avvale dell'apporto eccezionale di Jimmy Cobb, compagno di Miles Davis in registrazioni storiche come "Kind Of Blue".
Auditorium Fausto Melotti
Sabato 22 ottobre, ore 21
JOSHUA REDMAN ELASTIC BAND
Joshua Redman - saxofono
Sam Yahel - tastiere
Mike Moreno - chitarra
Greg Hutchinson - batteria
Si è molto parlato, negli ultimi tempi, di una nuova dimensione espressiva raggiunta da Joshua Redman, della maturazione di una consapevolezza e profondità creativa da parte del sassofonista tenore oggi trentaseienne. Figlio del grande Dewey, che associò il suo sax tenore alle imprese musicali di Ornette Coleman e poi di Keith Jarrett negli anni Sessanta e Settanta, Joshua emerse nei primi anni Novanta, poco più che ventenne, tra i giovani leoni della scena contemporanea. Una generazione molto ferrata sotto il punto di vista tecnico, ma non sempre in grado di esprimere cose nuove e originali. Giunto alla professione di musicista quasi per caso, dopo aver vinto il premio Thelonious Monk mentre ancora seguiva gli studi giuridici all'Università di Yale, il giovane Redman aveva subito collezionato una serie di collaborazioni importanti con Elvin Jones, Pat Metheny, Charlie Haden e la Mingus Dinasty orchestra. Quasi contemporaneamente sono arrivate le registrazioni come titolare, tra cui l'interessante "Wish" del '93, effettuata con Metheny, Haden e Billy Higgins alla batteria. Essere leader a ventiquattro anni di un gruppo di tale calibro, con due ex compagni di Ornette, non è cosa da poco. Questo e i successivi lavori gli hanno procurato un vasto apprezzamento, al punto che qualcuno parlava di lui come del "tenor of our time", il tenore di oggi. Le collaborazioni con altri talenti della scena contemporanea, come il batterista Brian Blade e il pianista Brad Mehldau, hanno ulteriormente stimolato la sua vena solistica e compositiva, sviluppata in alcuni dischi acustici di buona fattura.
Ma è l'incontro con il tastierista Sam Yahel, negli ultimi anni Novanta, che fa maturare in lui il desiderio di esplorare nuove direzioni, di spingersi oltre la musica praticata fino a quel momento, approfondendo per un verso il rapporto tra composizione e improvvisazione, per un altro allacciandosi alle prolifiche stagioni del jazz elettrico e del funky, inglobando nel progetto denominato "Elastic" le influenze dei Weather Report e di Jimi Hendrix insieme a quelle di James Brown e Stevie Wonder. Ma non dimenticando la musica di Ornette, scandagliata dall'altro progetto condotto insieme a Bobby Hutcherson e altri ottimi solisti di San Francisco, nell'orchestra denominata SF Jazz Collective.
Auditorium Fausto Melotti
Sabato 29 ottobre, ore 21
JACK DEJOHNETTE QUARTET
Danilo Perez - pianoforte
Jerome Harris - chitarra
John Patitucci - contrabbasso
Jack DeJohnette - batteria
"Jack DeJohnette mi dava un groove profondo sul quale mi piaceva moto suonare. Jack sapeva suonare la batteria come un dio per le mie esigenze, ci sapeva veramente fare". Sono parole di Miles Davis, e si riferiscono naturalmente al periodo in cui DeJohnette, non ancora trentenne, entrò nella corte del trombettista, condividendone momenti fondamentali, come quelli legati alle sessioni di registrazione di "Bitches Brew" e "Jack Johnson". Ma lo sguardo del giovane batterista era già orientato su più orizzonti, e il pur stimolante laboratorio di Miles gli andava stretto: "Jack voleva anche suonare più free, essere un leader, fare delle cose a modo suo, così lasciò il mio gruppo", ricorda il trombettista nella sua autobiografia.
Si può dire che nella parole di Davis sia sintetizzato il profilo artistico di Jack DeJohnette: la capacità di creare un tessuto percussivo solido, elastico e stimolante, la curiosità aperta a trecentosessanta gradi, la preparazione musicale che gli permette di dire cose molto originali anche come leader di una formazione. Già nei titoli dati ai primi dischi da lui firmati, il batterista faceva riferimento alla complessità, alla molteplicità, alla irrequieta versatilità: "Complex", pubblicato nel'68, poi "Sorcery", "New Directions", "Iresistible Forces", "Parallel Realities". Sono titoli che evocano alchimie particolari, mondi paralleli e compresenti su piani diversi, musicali ma pure esistenziali e psicologici. Lo stesso batterista ha sottolineato queste caratteristiche in diverse occasioni: "La mia musica è multidirezionale, eclettica".
Un atteggiamento che lui sa innestare anche nei contesti in cui non è leader, come nel trio di Keith Jarrett, dove la sua batteria è portatrice di grande musicalità, di senso della struttura e di stimolo generativo. I ritmi e i metri complessi da lui utilizzati si esprimono sempre in trasparenza, controllo delle dinamiche, precisione. In sintesi, DeJohnette ha portato a compimento quel processo, iniziato con Max Roach, per cui il batterista nel jazz moderno e contemporaneo è diventato un musicista a tutto tondo, in grado di esprimersi compiutamente anche al pianoforte, di controllare ogni aspetto di un progetto musicale. Il gruppo con il quale attualmente il musicista lavora è eloquente sotto il punto di vista delle intenzioni: ne sono coinvolti, oltre al chitarrista Jerome Harris, da molto tempo con lui, il pianista Danilo Perez e il contrabbassista John Patitucci, che di recente hanno dato vita a una musica di grande apertura e intensità al fianco di Wayne Shorter.
Auditorium Fausto Melotti
Sabato 5 novembre, ore 21